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Architetture della memoria: costruire luoghi per ricordare
Appunti
su un Convegno tenuto a Carpi nella giornata dell’11 febbraio
2004 in occasione delle celebrazioni del 30° anniversario del
Museo al Deportato politico e razziale e nell’ambito delle iniziative
realizzate per la 4° giornata della memoria.
Costruire
luoghi per ricordare impegna da sempre le differenti civiltà
che mantengono un legame profondo con il proprio passato e i propri
affetti. Esiste un luogo per il ricordo intimo e personale dei propri
cari, ed esiste un luogo per la memoria delle persone e degli avvenimenti
ritenuti significativi per una comunità più ampia della
famiglia quali sono le formazioni sociali. Entrambi acquistano fisicità
e rendono visibili, attraverso luoghi spazialmente riconoscibili,
storie e sentimenti altrimenti vissuti nell’intimità
di singole esistenze.
In particolare, i luoghi che una collettività dedica alla commemorazione
e alla rappresentazione di eventi che essa ritiene significativi per
i membri che la compongono assumono, con il passare degli anni, il
valore di “documento”. Essi sono la testimonianza del
modo in cui la società che li ha voluti ha interpretato vite
e storie di un passato eletto a portatore di un messaggio legittimato
ad entrare nel patrimonio comune della collettività.
A sessant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale e della
Shoà è oramai possibile tracciare una storia della memoria
impostando prospettive particolari che ripercorrano movimenti e strutture
paradigmatici delle società che si sono succedute e che si
sono adoperate nella realizzazione di questi luoghi per ricordare.
Il Convegno di Carpi si è posto come obbiettivo, appunto, quello
di riflettere sulle modalità adottate in questi sessant’anni,
sia dal punto di vista architettonico, facendo quindi riferimento
a monumenti e memoriali, sia dal punto di vista dei linguaggi utilizzati
nell’affidare a musei e a narrazioni un ruolo specifico e particolarmente
significativo nel processo di costruzione della memoria.
Sul genocidio di circa sei milioni di ebrei come si può riflettere,
ricordare, narrare? E’ esso un evento rappresentabile? Può
essere reso in forma di testo, film, monumento? Può iscriversi
nel paesaggio urbano, nella pietra, nel cemento? Può essere
luogo e/o oggetto di memoria? Può essere oggetto di rituali
e di cerimonie collettive? Come dobbiamo interpretare questo urgente
bisogno di memoria che interessa differenti società soprattutto
da una decina d’anni a questa parte?
Su questi interrogativi si è tentato di mettere in rilievo
la difficoltà di dare fisicità ad un’esperienza
in realtà priva di un dato comunicabile nella sua essenza,
che pone l’architettura nella condizione ossimorica di dire
l’ “indicibile”. L’assenza totale di segni
o simboli che permettano di nominare ciò che in sé non
è enunciabile costringe ad uno scollamento con l’esistenza
che sottrae all’arte (architettura e letteratura in primo luogo)
la dimensione consolatoria della catarsi (Giovanni Leoni).
Anche le realizzazioni considerate maggiormente significative sono
da considerarsi quindi “necessari frantumi” (e il Museo
di Carpi ne è uno degli esempi più alti) che testimoniano
il grado di complessità e di articolazione della riflessione
da cui queste sono scaturite. Tale riflessione, la riflessione sulla
memoria appunto, deve essere considerata come una sorta di moto perpetuo
che trova la sua caratteristica fondante nell’essere prima di
ogni altra cosa una “selezione”. Poiché l’uomo
e la civiltà in generale non possono portare il peso dell’intera
molteplicità degli eventi, essi sono costretti a decidere cosa
portare. La memoria è dunque scelta: la sua natura è
duplice poiché tenere e ricordare significa allo stesso tempo
lasciare e dimenticare, come una sorta di Giano bifronte che mostra
oscurando (Francesco Dal Co).
Questa sua natura mette in evidenza il valore politico - nel senso
della potenzialità significativa nella vita della “polis”
- del gesto che compiono coloro i quali sono chiamati a riflettere
sull’essere testimoni o portatori di un messaggio che deve essere
testimoniato. In particolare è stata messa in discussione la
funzione del monumento e la sua capacità comunicativa in una
società sempre più articolata e culturalmente differenziata,
che rifugge dai tentativi di ricondurre tale molteplicità in
una “mitica” identità collettiva. In questo senso
la memoria può essere solo identificata con il dibattito, forse
infinito, che cresce insieme ai progetti dei e sui luoghi. Solo la
raccolta di tutti i contributi e le riflessioni può restituire
la pluralità di sguardi e la cifra dinamica di un progetto
che tenta di aderire alle istanze e ai bisogni della “polis”,
pur attenendosi al carattere universale delle forme e dei linguaggi
simbolici. (James Young).
Proprio partendo dalla constatazione di questa duplice impossibilità,
rappresentare l’identità collettiva di una società
eterogenea e frammentata e dire l’indicibile, emerge la necessità
di costringersi maggiormente nel presente cogliendo, in una prospettiva
etica prima ancora che estetica, quel dato relativo all’intolleranza
e alla discriminazione che ancora oggi contamina pesantemente le nostre
società. Può essere quindi edificato un luogo virtuale
(un sito internet) dal punto di vista dello spazio fisico, liberamente
accessibile e dunque in grado di accogliere appelli e segnalazioni
da “esistenze”, persone, con le quali condividiamo invece
uno spazio fisico e pubblico: la vita quotidiana. (Luca Zevi)
Anche la storia delle esperienze monumentali e museali che hanno interessato
l’Italia rendono quindi conto delle soluzioni che di volta in
volta, in corrispondenza di peculiari momenti storici, politici ed
estetici, la società ha fatto proprie in risposta agli interrogativi
sopra enunciati (Ersilia Alessandrone Perona). I linguaggi utilizzati
nelle realizzazioni e negli allestimenti sono conformi anche all’importanza
attribuita alla ricerca storica. In questo senso la ricerca delle
persone, delle loro vite, delle loro testimonianze si raccoglie intorno
all’atto del “nominare” che ci rammenta nella sua
radice antropo-etimologica, la rilevanza ontologica del dare il nome,
e di conseguenza del toglierlo e sostituirlo con il numero, del cercarlo
dopo la scomparsa di colui che da quel nome era designato, del portare
il nome di un luogo quando non si possiede un luogo in cui dimorare,
dello scrivere i nomi sui muri, del ripetere il suono del nome all’infinito:
il “nomen” è il ciò che si è. Nominare
è prima di ogni altra cosa un atto conoscitivo: Dio nomina
in quanto conosce e riconosce ciò che è nominato, ciò
viene nominato si rende visibile e conoscibile nel nome, per ciò
che è. Privarne un individuo significa attaccarlo nella sua
stessa elezione alla vita. (Levi Della Torre).
Infine, è proprio questa privazione del nomen in quanto peculiarità
di ogni singola esistenza, questa “pura vita” denudata
e offesa che chiede riconoscimento. Pur rimanendo solo immaginata,
poiché chi ha veramente toccato il fondo “chi ha visto
la Gorgone, non è tornato per raccontare o è tornato
muto”, questa ontologia della privazione chiede vita. Vita nel
ricordo vivo, che si alimenti della vita che lo circonda, che rifugga
dalle raffigurazioni esemplari e immobili, che sia disposta a rigenerarsi
nei suoi modelli interpretativi e che restituisca alla storia e al
rigore etico della ricerca quella centralità che gli spettano.
In questo modo gli stili di rappresentazione e i linguaggi potranno,
senza paura di spettacolarizzazione, ambire ad una comunicazione reale
di memoria siano essi costruiti secondo un principio razionale piuttosto
che modulati su toni emotivi. (Régine Robin).
Emerge infine una riflessione: la vita, la parola, la narrazione diretta
può essere considerata forse quel monumento dinamico e capace
di interagire con gli interlocutori contemporanei. Le persone, i testimoni
nel loro continuo narrare le vicende che li hanno visti protagonisti,
sacrificando a volte la possibilità di essere avvicinati per
altro che non fosse la loro esperienza della deportazione, ci pongono
un fondamentale quesito: come fare quando la testimonianza viva sarà
sparita? Saremo in grado di raccogliere il testimone? (Alessandro
Portelli)
Metella
Montanari, Fausto Ciuffi
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