NON TRASCURARE LA MEMORIA PERICOLOSA

L'esperienza del campo di Fossoli
di Brunetto Salvarani

Un campo di concentramento
Con la Legge sul Giorno della memoria per la prima volta, istituzionalmente, viene rilevata una grave carenza di memoria storica nell'immaginario collettivo nazionale: e non c'è dubbio che, fra i luoghi più trascurati e più ingiustamente dimenticati ci sia il Campo di Fossoli, nelle campagne nei pressi di Carpi (Mo), a circa quattro km dal centro storico, le cui tracce sono ancor oggi visibili, al viaggiatore che vi capiti per scelta o per caso, soffocato dalla canicola estiva o immerso nella fitta nebbia autunnale, che qui si chiama fumana: quella stessa fumana, forse, che ha avvolto a lungo i ricordi pericolosi di quanto vi è accaduto, una sessantina d'anni fa. E' indispensabile, perciò, ripercorrere, almeno per sommi capi, la cronistoria del Campo di Fossoli: a partire da quel maggio 1942, nel cuore della seconda guerra mondiale, quando vi viene insediato un campo per prigionieri di guerra, gestito dalle autorità militari italiane e destinato all'internamento di sottufficiali inglesi catturati nell'Africa del nord. Dal dicembre del '43 il sito funziona come Campo di concentramento provinciale per ebrei, alle dipendenze della prefettura di Modena per conto della neonata Repubblica Sociale di Salò. Nel gennaio del '44 però le autorità naziste, attratte dalla sua collocazione sulla direttrice ferroviaria per la Germania attraverso il Brennero, avocano a loro la giurisdizione del Campo, che diventa così Polizei und Durchgangslager, campo poliziesco e di transito per deportati politici e razziali rastrellati in diverse parti d'Italia per essere avviati ai lager del centro Europa. Vi risiederanno, via via, non meno di 5000 prigionieri, fra cui il giovane chimico Primo Levi, o qui ambienterà le prime pagine di Se questo è un uomo. Nell'agosto del medesimo anno il Campo è abbandonato per motivi di sicurezza, e trasferito a Bolzano-Gries: dalla stazione di Carpi erano partiti, in sette mesi d'attività, otto convogli ferroviari, cinque dei quali destinati direttamente all'inferno di Auschwitz.

Nomadelfia
Dopo la fine delle ostilità l'ambiente sarà utilizzato a più riprese a scopo abitativo, registrando presenze quanto mai simboliche. Dal '47 al '52, infatti, esso ospita Nomadelfia, la comunità cattolica dove la fraternità è legge fondata dal sacerdote carpigiano don Zeno Saltini, con le sue frotte di bambini raccolti dalla strada o dagli orfanotrofi, le sue mamme di vocazione, la sua incrollabile fiducia nella Provvidenza, I nomadelfi, in tal modo, capovolgevano dichiaratamente il precedente uso del Campo, che da luogo di dolore e reclusione forzata diviene così uno spazio di convivialità giocosa pur se difficile da gestire, soprattutto in un tempo di ricostruzione postbellica che mette a nudo le peggiori radicalizzazioni ideologiche: fino a costringere don Zeno ad autoridursi allo stato laicale e i suoi ad emigrare nella Maremma grossetana, dove la comunità-villaggio è tuttora operante. Dagli anni Cinquanta a tutto il decennio successivo sarà poi la volta del Villaggio San Marco, coi profughi giuliani e dalmati giunti a Carpi alla ricerca di uno spazio collettivamente abitabile, sia pur di fortuna. Nel frattempo, la questione di come rielaborare positivamente la memoria delle sofferenze che avevano attraversato il Campo stava trovando una prima risposta istituzionale, a lungo meditata, con l'edificazione di un Museo Monumento al Deportato politico e razziale, posto nel centro storico della città, all'interno del rinascimentale Palazzo Pio, e solennemente inaugurato nel 1973. In quell'occasione il Comune avanzava all'Intendenza di finanza una richiesta ufficiale per l'acquisto dell'area fossolese, ancora di competenza statale. Solo nel 1984, peraltro, sarà perfezionata la trattativa: ora l'Amministrazione locale acquisisce il Campo a titolo gratuito, e si comincia a discutere in merito alla possibilità di un recupero di tipo filologico, giudicato, all'epoca, sostanzialmente improponibile, a causa dei troppi cambiamenti occorsi nel frattempo. Da qui, l'idea di indire un concorso internazionale per progetti, con la dichiarata intenzione di trasformare il Campo in un Parco della memoria per la cittadinanza.

Progetto memoria
L'ultima tappa vede la nascita da parte del Comune di un apposito Progetto-memoria (1995), teso a valorizzare il più possibile i diversi luoghi locali della memoria, con l'offerta di visite guidate, iniziative promozionali, mostre didattiche, produzione di materiali e organizzazione di corsi d'aggiornamento per insegnanti; e la contestuale istituzione di un'apposita Fondazione, la Fondazione Campo Fossoli (1996), promossa congiuntamente dal Comune e dall'Associazione Amici del Museo Monumento, dotata di un proprio statuto e di una struttura organizzativa che prevede anche un Comitato scientifico composto da storici e da pedagogisti. Come a sottolineare un doppio sguardo, uno ben rivolto al passato e uno fortemente aperto verso il futuro. La decisione principale del Comitato sarà l'invito a riprendere in considerazione la questione della risistemazione dell'area del Campo, ritornando su un'ipotesi dichiaratamente filologica, e senza alcun stravolgimento dello spazio: anche sulla scia di una nuova sensibilità di stampo europeo, che chiede di conservare quanto resta dei lager e dei campi di prigionia.
Siamo giunti così all'oggi. Con la Fondazione, nata allo scopo di conservare il racconto della memoria pericolosa degli eventi che là si sono consumati negli anni della Shoà, raccogliendo ricerche, documenti e testimonianze, chiamata a gestire direttamente sia il Campo sia il Museo Monumento. Il suo motto, desunto per contrapposizione dalla scritta che campeggiava parossisticamente all'entrata del lager di Auschwitz (Arbeit macht frei), è Differences make freedom. L'abbiamo tradotto - un po' liberamente, appunto - con La diversità rende liberi: allo scopo di mostrarne appunto la seconda vocazione, dopo la custodia della memoria storica della sofferenza, quella di adoperarsi con ogni mezzo per operare sull'educazione alla pace, alla gestione dei conflitti, alla mondialità, al confronto interculturale, alla salvaguardia dei diritti umani.
Compito della Fondazione, allora, nella presente epoca di fragili quanto orgogliose certezze, di pregiudizi radicati e di rabbie più o meno giustificate ma comunque malamente gestite, è di operare pazientemente nell'ambito educativo, investendo nel cammino faticoso del dialogo interculturale e interreligioso e lottando contro ogni forma di razzismo, di intolleranza e di fondamentalismo. Tale è la sua mission e la sua responsabilità, da sviluppare assieme alle altre realtà che - in Italia e in Europa - testimoniano il bisogno impellente di costruire finalmente una cosa nuova senza trascurare la memoria pericolosa di centinaia di luoghi sparsi nel vecchio continente, a perenne monito per le generazioni del futuro, come il Campo di Fossoli.


Articolo tratto da: CONFLITTI - Rivista del centro Psicopedagogico di Piacenza - 2004, Anno 3 n. 1, pagg. 14-16

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