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Carissimi,
eccovi la risposta di Mario Baudino (La Stampa, 20/02/2004) all'articolo
del nostro Enzo Collotti, e un'interessante opportunità per
trascorrere una serata piacevole in compagnia di Moni Ovadia presso
il Teatro Comunale di Carpi (affrettatevi ci sono ancora posti disponibili
per entrambe le date!!!) cari
saluti a tutti...
I CAMPI DI CONCENTRAMENTO PER GLI SLAVI VOLUTI
DA MUSSOLINI TRA IL 1940 E IL 1943
Quando gli italiani imitavano i nazisti
NEL 1941 il regio esercito italiano avviò, nei territori jugoslavi
conquistati, una feroce politica di internamento dei civili. Deportò
decine di migliaia di persone con due scopi diversi ma complementari:
da un lato combattere i partigiani, dallaltro «sbalcanizzare»
quelle regioni allora abitate sia da italiani sia da slavi. Mussolini
accarezzò addirittura lidea di un deportazione di massa
e di una «sostituzione» di popolazioni. Non se ne fece
niente, ma il prezzo pagato dagli slavi fu atroce, in termini di sofferenze
e di morti. Nomi come i campi di Arbe (Rab), di Melada (Molat), Maula
e Prevlaka sono tristemente celebri in Slovenia e in Croazia, molto
meno in Italia. E da noi sono stati a lungo dimenticati i luoghi di
internamento per jugoslavi che funzionarono in territorio italiano:
Gonars e Visco nella Venezia Giulia, Moniga e Chiesanuova in Veneto,
Renicci in Toscana. Qui migliaia di persone soffrirono la fame e le
malattie, e molti morirono. Una storica triestina, Alessandra Kersevan,
ha parlato di 7000 internati sloveni, tra uomini, donne e bambini.
Carlo Spartaco Capogreco, docente allUniversità della
Calabria, nel suo studio su I campi del Duce, appena uscito per Einaudi,
è più prudente sulle cifre; per il solo campo sorto
nellisola di Arbe, accetta però la valutazione dello
storico sloveno Tone Ferenc che «ha documentato 1436 morti».
E una vicenda terribile, che scalza notevolmente lo stereotipo
degli «italiani brava gente» e della relativa mitezza
del nostro esercito quando si trovò nella posizione delloccupante,
ma forse non è così «dimenticata dalla gente comune
e dagli storici» come lo studioso mostra di ritenere, visto
che almeno nel mondo della politica se ne è parlato insistentemente,
brandendola come unarma polemica, in parallelo al dibattitto
sulle «foibe» avviato da una decina danni. È
vero inoltre che i crimini italiani in Jugoslavia sono stati molto
sottolineati dallaltra parte di quella che è stata per
lungo tempo la cortina di ferro, e assai meno da questa. Tantè
che quando, nel 96, dopo un lungo e imbarazzato silenzio nazionale,
la magistratura romana aprì uninchiesta contro alcuni
ex partigiani titini sospettati daver avuto una parte decisiva
nei massacri di italiani, nella pagina nera delle «foibe»,
il ministro sloveno Zoran Thaler dichiarò alla televisione
del suo Paese che lindagine aveva uno scopo elettorale; e soprattutto,
disse, trovava assurdo lavvio di una tale campagna «contro
un paese vicino, democratico e pacifico che non ha mai sollevato il
problema dei crimini di guerra compiuti dagli italiani durante loccupazione
fascista. Se sarà necessario - aggiungeva - la Slovenia denuncerà
alla comunità internazionale i crimini compiuti dai fascisti
italiani 50 anni fa».
In realtà, la «vecchia» Jugoslavia lo aveva fatto
da tempo, chiedendo subito dopo il 45 lestradizione dei
generali Mario Roatta, Mario Robotti e di altri militari considerati
criminali di guerra. Nel nuovo quadro internazionale di contrapposizione
Est-Ovest, non furono consegnati. Il fascicolo su quei crimini finì
nellarmadio della memoria sottaciuta, o per citare il titolo
di un bel saggio apparso per Laterza qualche tempo fa scritto dallo
storico Michele Battini, dei Peccati di memoria. Il progetto di una
«Norimberga italiana», accarezzato dagli inglesi, venne
accantonato in base a un accordo tacito fra gli alleati, che doveva
soprattutto coprire le violenze dei vincitori, da Stalin a Churchill.
E se restarono impuniti i nostri generali del fronte jugoslavo, lo
furono anche quelli che avevano organizzato loperazione di pulizia
etnica contro gli italiani, non appena le armate di Tito invasero
Trieste con il dichiarato scopo di annettersi la Venezia Giulia. Ci
fu indubbiamente una doppia congiura del silenzio: come ha osservato
lo storico Gianni Oliva (autore di un ottimo libro come Foibe.Le stragi
negate degli italiani della Venenzia Giulia e dellIstria, Mondadori),
comunisti e democristiani, per motivi diversi, preferirono tacere
su questa tragedia. Ma come dimostra Capogreco nel suo libro, anche
i crimini del nostro esercito (e non solo: lo storico ricostruisce
le complicate vicende che videro i militari e il Ministero degli Interni
dividersi le responsabilità per la gestione dei campi di internamento)
vennero in qualche modo attivamente dimenticati da tutte le forze
politiche, compresa la sinistra. Ma si può ipotizzare un rapporto
di causa ed effetto tra la politica del fascismo in Istria e Dalmazia,
la repressione feroce, i campi di concentramento, e la successiva
persecuzione degli italiani, cominciata dopo l8 settembre con
le prime uccisioni, interrotta quando i tedeschi rioccuparono la zona,
e ripresa su larga scala tra il 45 e il47, con diecimila
morti e lesodo in massa delle popolazioni istriane? Il nesso
divide gli storici. Una commissione italo-slovena, istitituita dai
rispettivi ministeri per far luce sui tragici eventi, ha prodotto
alla fine solo una relazione ufficiosa, mentre unaltra, con
la Croazia, sembra essere nel frattempo naufragata. Tristano Matta,
direttore dellIstituto regionale per la storia del movimento
di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, ci ricorda che il precedente
è importante per capire quel che accadde dopo, ma non è
certo lunica spiegazione. E il libro di Capogreco, dice, mette
un importante tassello in un quadro generale che sarebbe altrimenti
incompleto. Scavare e ricordare senza alzare bandiere, «senza
isolare segmenti», è lunica strada, ribadisce,
per evitare un uso politico della storia, come invece è accaduto
troppo spesso. Giustissimo. E però indubbio che questo
libro esce proprio nei giorni in cui il Parlamento, a larga maggioranza,
istituisce la «Giornata della memoria» per ricordare le
foibe e lesodo istriano-dalmato: di per sé può
rappresentare un ghiotto pretesto per chi ama la «memoria ad
orologeria», chi vuole contrapporre vittime a vittime. Sul confine
orientale tutti pagarono un prezzo altissimo alla guerra e al totalitarismo.
Ma riscoprire le «nostre» atrocità non assolve
nessuno. Tantomeno coloro che scatenarono la «pulizia etnica»
contro le nostre popolazioni istriane e dalmate.
Mario
Baudino
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©2002 La Stampa 20/02/2004
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