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“Il
Manifesto” – sabato 14 febbraio 2004 – prima pagina
La storia dal nulla
ENZO COLLOTTI
Quali che siano le buone intenzioni dei politici le manipolazioni
della storia producono sempre veleno. L'uso politico della storia
è così connaturato alla nostra classe politica, di destra
e di sinistra, che diventa sempre più difficile districarsi
nel groviglio di silenzi, rimozioni, pentimenti, confessioni e riabilitazioni
a metà per cui il risultato della memoria e della storia condivisa
finisce per essere sempre una verità dimezzata. Si è
perduta la capacità di distinguere tra storia e memoria, anche
perché questa si impone per l'amplificazione che ne fanno i
media sempre sensibili ai gruppi di pressione, a chi grida più
forte, e soprattutto la capacità di leggere criticamente la
storia, a cominciare dalla propria storia, che viene schiacciata dall'alternativa
di essere ritenuta verità assoluta o di essere condannata all'abiura.
Un effetto devastante per una cultura politica nella quale si finisce
per affermare con cinismo ripugnante che una memoria vale l'altra,
continuando così ad eludere ogni serio esame di coscienza sul
proprio passato. Purtroppo è una metodologia politica che ha
una lunga tradizione e che non ha mai insegnato che il vittimismo
paga sempre e soltanto a destra, altro non essendo che uno scampolo
di patriottismo nazionalista, una proiezione di provincialismo apparentemente
anacronistico nel momento in cui tutti si riempiono la bocca di afflati
europeistici.
Siamo andati così avanti nel nostro cammino verso l'Europa
che ora, a sessant'anni o poco meno dalla liberazione, ci accorgiamo
che è esistito e che esiste un problema del nostro confine
orientale. Credo che delle vittime delle foibe e dei dolori e delle
sofferenze di coloro che condivisero l'esodo istriano ai politici
che ne vogliono monumentalizzare il ricordo in un secondo ambiguo
giorno della memoria interessi relativamente poco. Sono in gioco esclusivamente
interessi elettorali e riscaldare l'opinione pubblica su questi temi
con gli eredi dei fascisti al governo non può che aprire nuovi
varchi nelle infinite operazioni di mistificazione della storia con
le quali, ad una cultura legata ai valori della Resistenza e dell'antifascismo
capace di rinnovarsi e di rivedere criticamente i propri errori, si
va sostituendo una cultura diffusa fatta di parole obsolete, di miti
duri a morire, di meschino localismo, di preconcetti e pregiudizi
e di vere e proprie falsificazioni.
A quasi trent'anni dal processo per la Risiera di S. Sabba non si
vuole allargare la cerchia delle conoscenze e della ricerca della
verità, ma si vuole rovesciare un paradigma storico e non soltanto
storiografico, che dovrebbe rappresentare anche un impegno di comportamento
democratico e civile, restituendo all'Italia l'onore dell'innocenza
ed elevandola sull'altare della vittima. Ne siano o no consapevoli
i protagonisti di questa operazione, questa è la percezione
che non si può non avere del loro disinvolto modo di procedere.
Nelle foibe la falsa innocenza della patria
Un groviglio di silenzi, rimozioni, pentimenti, confessioni e riabilitazioni
a metà. L'uso politico della storia è connaturato alla
classe politica italiana. Di destra e di sinistra. E così,
sul solco di una macabra par condicio, nasce la legge che istituisce
la giornata della memoria dedicata alle vittime delle foibe. Delle
cui sofferenze poco importa agli eredi dei fascisti che sono al governo.
In gioco, soltanto interessi elettorali
E' stato giustamente sottolineato come per i protagonisti di simili
operazioni la storia cominci nel 1945. Ma ciò che accadde nel
1945 e non solo in Italia ma su scala continentale europea, non è
che un momento di passaggio di qualcosa di molto più complesso
che ha un prologo molto più lontano. Per crudeli e spiacevoli
che possano essere i fatti del 1945, di cui nessuno può auspicare
una ripetizione, essi non sono scaturiti dal nulla, a meno appunto
di accettare un criterio di atemporalità che può consentire
di riabilitare categorie vetero-antropologiche e di contrapporre all'Italia
faro di civiltà la sempiterna barbarie slava. Ma pensavamo
che simili metafore appartenessero ormai alla cattiva propaganda di
un lontano passato. Evidentemente così non è se ci troviamo
a dover cercare di riportare i fatti alle loro origini e alle loro
dimensioni. Foibe ed esodo dall'Istria sono sicuramente due episodi
ben distinti accomunati problematicamente dal fatto di rappresentare
due fasi del processo storico avviato con la sconfitta del fascismo
e con la dissoluzione dello stato italiano nel settembre del 1943;
ma l'origine di questi sviluppi risalgono molto più indietro
negli anni ed è difficile comprenderne la logica, ci piaccia
o no, estrapolandoli dal contesto nel quale presero corpo. E questo
contesto non è rappresentato soltanto dall'aggressione alla
Jugoslavia nel 1941, ma è costituito dal complesso della politica
condotta dall'Italia (purtroppo anche prima dell'avvento del fascismo)
nei confronti del nascente stato dei serbi-croati e sloveni e successivamente
della rilevante minoranza slava (sloveni e croati) che si trovò
inclusa nei confini del regno d'Italia al termine della prima guerra
mondiale. E' noto e arcinoto che nell'euforia della guerra l'Italia
liberale non fu in grado di arginare il montante nazionalismo imperialista
che guardava all'Adriatico come a un mare interno italiano ed osteggiava
perciò la creazione di uno stato degli slavi del sud. Una politica
che ebbe il suo prolungamento ed il suo culmine nella ostinata avversione
con la quale il regime fascista guardò costantemente alla vicina
Jugoslavia, considerandola, al di là del gioco delle influenze
internazionali, come possibile area da sottomettere alla propria influenza
e al limite da disgregare, alimentando in funzione dei propri obiettivi
il separatismo croato e l'irredentismo di Pavelic e degli usta_a.
Peggio ancora, dal punto di vista interno l'avvento del fascismo significò
l'esasperazione di una politica di snazionalizzazione violenta delle
comunità nazionali slave e mano libera accordata al nazionalismo
estremo del cosiddetto «fascismo di frontiera», che è
stato fatto oggetto di importanti studi da parte di una generazione
di storici critici della tradizione storiografica nazionalista (Apih,
Sala, Anna Vinci e altri). L'equiparazione italiani uguali fascisti
non è stata una invenzione degli slavi ma una equazione inventata
dal fascismo all'atto di operare una vera e propria «pulizia
etnica» nella Venezia Giulia, rendendo la vita impossibile alle
popolazioni locali, impedendo l'uso della lingua, sciogliendone le
amministrazioni, chiudendone le scuole, perseguitandone il clero e
le manifestazioni associative, boicottandone lo sviluppo economico,
costringendole all'emigrazione. L'espressione di «genocidio
culturale» che è stata adoperata per definire la condizione
della minoranza slava alla luce della vastissima documentazione esistente
risulta corretta.
Ma neppure la contrapposizione frontale tra italiani e slavi è
stata inventata dai titini. Anch'essa fu uno dei cavalli di battaglia
del «fascismo di frontiera». Qualche anno fa, ragionando
sulle modalità del grande e intimidatorio processo che il Tribunale
speciale celebrò a Trieste nel dicembre del 1941 mi ponevo
il problema del perché in quella circostanza il regime avesse
voluto unificare in un unico processo almeno tre diversi filoni dell'opposizione
slovena al regime e concludevo che doveva trattarsi di una circostanza
riconducibile non a strategie processuali ma ad una strategia politica
«come per il passato rivolta a una contrapposizione frontale
nei confronti degli slavi». Ne trovo conferma in una recentissima
ricerca appena pubblicata dall'Istituto regionale per la storia del
movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia dedicata a tre
dei processi che il Tribunale speciale per la difesa dello stato celebrò
a ridosso del confine orientale (Puppini - Verginella - Verrocchio.
Dal processo Zaniboni al processo Tomazic. Il tribunale di Mussolini
e il confine orientale 1927-1941 Udine, 2003). Come scrivono gli autori
«al Tribunale speciale spetta il compito di ristabilire l'ordine
affermando sia il primato della razza e della civiltà italiana,
sia il ruolo giocato da un confine che funge da barriera con un mondo
barbaro e inferiore».
Nell'aprile del 1941 l'aggressione alla Jugoslavia segnò un'ulteriore
escalation del livello di violenze e di sopraffazione, con l'annessione
al regno d'Italia della Slovenia, la cosiddetta «provincia di
Lubiana». Ne derivarono da una parte l'esportazione del «fascismo
di frontiera» con il suo carico di lutti e di violenze, dall'altra
la saldatura delle opposizioni slave nella Venezia Giulia alla ribellione
degli sloveni della provincia annessa. La violenza della repressione
italiana ebbe poco da invidiare alle spedizioni punitive dei tedeschi
in altre parti della Jugoslavia. Esecuzioni in massa, incendi di località,
deportazioni in campi di concentramento nel territorio occupato o
all'interno dei vecchi confini del regno d'Italia (Gonarsi, Renicci).
Impressionante la documentazione che possediamo, tra la quale spiccano,
oltre a pochi studi italiani (Cuzzi, Sala, ora Rodogno), tre volumi
documentari dello storico sloveno Tone Ferenc, scomparso da poche
settimane, uno dei quali stampato a Lubiana nel 1999 reca per titolo
Si ammazza troppo poco, da una frase del generale Mario Robotti, comandante
dell'XI Corpo d'armata di stanza in Slovenia. Saremmo curiosi di sapere
se i libri di questo compianto amico sloveno entreranno tra i materiali
con i quali scuole e istituzioni «culturali» dovrebbero
celebrare questo secondo giorno della memoria, che di fatto vuole
essere un ambiguo contraltare a quello del 27 gennaio, ne siano o
no consapevoli i compiacenti politici. Ai quali dovrebbe essere noto
anche che nessuno dei responsabili dei crimini commessi in Jugoslavia
è mai stato chiamato a rispondere del suo operato, qualcuno
anzi su di essi ha costruito la progressione di una onorata carriera.
La tragedia delle foibe si inserisce in questo contesto. Fu Giovanni
Miccoli nel 1976, all'epoca del processo della Risiera, a rigettare
energicamente l'accostamento foibe-Risiera e a sottolineare la necessità
di considerare il problema delle foibe nel quadro della risposta ai
crimini del fascismo prima o dopo il 1941. E' da questa presa di coscienza
che sono ripartiti gli studi, resi difficili e complicati dalle interferenze
politiche e dall'impossibilità di arrivare a determinazioni
statistiche certe, una impossibilità che di fronte allo sforzo
più equilibrato di riportare il fenomeno a dimensioni attendibili
ha lasciato libero campo a quanti erano interessati a gonfiare le
cifre a dismisura, per fare colpo sull'opinione pubblica per ragioni
che nulla avevano a che vedere con la ricerca della verità.
Nel corso degli anni successivi la ricerca ha fatto notevoli progressi
facendosi strada a fatica tra le ricorrenti polemiche dell'estrema
desta, l'unica ad avere come punto di orientamento esclusivamente
l'odio antislavo e l'unica anche a non avere mai cambiato nulla nel
suo bagaglio politico-culturale. Contrariamente a quanto si continua
a ripetere, le foibe non sono mai state un tabùù per
la pubblicistica e la storiografia antifascista; nella nuova fase
degli studi cessarono di essere un tabù anche per la storiografia
slovena, tanto che la commissione mista di storici italo-slovena ha
potuto consegnare nel 2000 ai rispettivi ministeri degli esteri un
ampio rapporto contenente ipotesi interpretative e ricostruttive dei
rapporti tra i due popoli in cui il problema delle foibe è
collocato in una corretta contestualizzazione e tenendo conto dei
risultati acquisiti dalla storiografia.
Il complesso iter delle conoscenze e del dibattito storiografico è
ricostruito in un lavoro recentissimo a cura di due storici di una
generazione nuova (anche se non più giovanissima) di studiosi
cui spetta il merito di avere rotto lo schema della contrapposizione
frontale tra gli opposti nazionalismi (nessuno dei quali è
migliore dell'altro) (Raoul Pupo -Roberto Spazzali, Foibe, Milano,
Bruno Mondadori, 2003). Almeno due sono i suggerimenti interpretativi
che emergono dalla loro ricognizione; anzitutto la corretta contestualizzazione
nel quadro generale del secondo conflitto mondiale: «E' difficile
concepire le stragi delle foibe senza l'educazione alla violenza di
massa compiuta nell'Europa centro-orientale a partire dal 1941, e
il generale imbarbarimento dei costumi che ne seguì».
In secondo luogo un generale spostamento dell'ottica dalla quale guardare
al problema delle foibe, che rifiuta la tesi del «genocidio»
a danno degli italiani per riportare le violenze del 1943 e soprattutto
del 1945 nell'alveo della dinamica del processo di conquista del potere
da parte del movimento rivoluzionario capeggiato da Tito, in un incrocio
di lotta di classe e di lotta nazionale in cui evidentemente l'essere
italiani «costituiva un fattore di rischio aggiuntivo tutt'
altro che trascurabile».
Lo stesso contesto nel quale, alla luce della situazione internazionale
di allora e dei rapporti di forze, si inserisce anche la vicenda dell'esodo
dall'Istria, che suggellava la posizione di sconfitta dell'Italia
e che ripeteva le modalità di altri coatti movimenti di popolazioni
(nei fatti non nelle procedure) che avvennero su larga scala in altre
parti d'Europa. Che allora non si fossero trovati strumenti per tutelare
i diritti delle minoranze nazionali fu certo una grossa lacuna della
nuova sistemazione che le potenze vincitrici si apprestavano al predisporre
per l'Europa, ma fu anch'esso un retaggio della devastazione dell'Europa
operata dalle potenze fascista e nazista. Diverso sarebbe il discorso
sui limiti dell'integrazione degli esuli nella società italiana,
che implicherebbe un discorso specifico tutto interno alla politica
italiana.
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