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  XV Giornata Europea della Cultura Ebraica
  Data: 14/09/2014
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    XV Giornata Europea della Cultura Ebraica

    Domenica 14 settembre 2014

     

     

    Il prossimo 14 settembre in Italia e in Europa si celebra la quindicesima Giornata Europea della Cultura Ebraica. Il Comune di Carpi e la Fondazione ex Campo Fossoli hanno aderito a questo importante appuntamento fin dalla prima edizione promuovendo ogni anno iniziative in sintonia con il tema scelto di volta in volta per la Giornata e aprendo i luoghi - l’ex Sinagoga e il Cimitero ebraico, il Museo Monumento al Deportato politico e razziale, il Campo di Fossoli – con visite e orari specifici.

     

    Il tema scelto per questa edizione è la donna, la figura femminile nell’ebraismo, per questo abbiamo voluto riproporre i testi donati nel 21012 alla Fondazione da due interpreti della cultura ebraica italiana: Pupa Garribba e Giacoma Limentani.

     

    I racconti che seguono sono stati scritti da Pupa e Giacoma per la Fondazione in occasione della Giornata della cultura ebraica del 2012, quando ancora la nostra città, il nostro patrimonio storico artistico erano profondamente segnati dai danni causati dal terremoto del maggio precedente.

    Pupa e Giacoma hanno voluto con i loro testi, darci un segno tangibile della loro vicinanza e solidarietà.

    Come tanti in quei giorni hanno fatto, e ancora li ringraziamo.
     

    Pupa Garribba, giornalista e intellettuale di grande impegno Civile. Per molti anni redattrice della rivista "Confronti”, e' attualmente corrispondente del mensile "Cahiers Bernard Lazare" di Parigi.

    Da tempo testimonia, soprattutto nelle scuole, la necessità di curare la memoria della persecuzione antiebraica, delle leggi razziali, della Shoah.

    Tra le opere di Pupa Garribba: Ebrei sul confine; Donne ebree; Le feste ebraiche; I simboli ebraici; tutte pubblicate nelle edizioni di "Com - Nuovi tempi" di Roma

     

    Giacoma Limentani, scrittrice, traduttrice dal francese e dall’inglese, ha indagato e fatto conoscere attraverso i suoi numerosi libri la bellezza ed i misteri della sapienza ebraica.

    Tra le sue opere si ricordano: Regina o concubina? Ester; Il profeta e la prostituta. Osea; Giona e il Leviatano, tutte pubblicate dalle Edizioni Paoline di Roma.

     

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    LA CODA DEL GATTO

    di Giacoma Limentani - Giornata dell’Ebraismo 2012

     

    Accadde ad un talmudista che si stava scaldando accanto al fuoco, col gatto sulle ginocchia. Dopo essersi fatto precedere dal doveroso annuncio della propria visita, un esimio professore esaurì con poche battute i convenevoli d’uso, e gli chiese quindi con grande sussiego se poteva spiegargli come mai gli ebrei dovevano tenere sempre la testa coperta.

    Il talmudista sapeva di trovarsi di fronte a uno di quei devoti dell’umana superiorità per i quali, in nome dell’umana uguaglianza, le peculiarità sono ragione di offesa, quando non ragione di scherno. Per cui chiese a sua volta: “E lei mi saprebbe invece dire perché, quando lo si accarezza, il gatto alza la coda?”

    Decisamente sorpreso, il professore stava per tornare all’attacco chiedendo come mai gli ebrei rispondono alle domande con altre domande, ma non ne ebbe il tempo. Già il talmudista si stava rispondendo da solo con parole quanto meno sorprendenti per cotanto professore. Con estrema calma egli infatti disse: “Il gatto alza la coda per far capire a chi lo accarezza che lì, dove la coda finisce, finisce anche il gatto”.

    Seguì una breve pausa che diede modo al professore di considerare altamente immeritata la fama di sagacia dei talmudisti, e al talmudista di trovare le parole adatte a meglio chiarire il proprio pensiero. “Siccome si sa che gli esseri umani non sono modesti come i gatti”, disse infatti, “un ebreo deve tenere la testa sempre coperta, per ricordare a se stesso, e non dimenticarlo mai, che lì dove posa il suo cappello, lì e proprio lì anche lui stesso finisce”.

    Che lo si voglia chiamare aneddoto, storiella o barzelletta, la faccenda qui narrata sul filo della memoria, a questo punto finisce. O forse sarebbe più esatto dire che si interrompe, perché non è difficile immaginare il talmudista che accompagna senza commenti il professore alla porta, e l’uscita del professore che affronta il vento della strada reprimendo a stento un sorriso di soddisfatta superiorità e, soprattutto, tenendo ostentatamente in mano il cappello, del cui riparo la sua testa sentiva invece grande bisogno.

    Una vecchia storia che ricorda i tempi in cui, fra le due guerre mondiali, e in specie nei paesi dell’Est europeo, i talmudisti stavano diventando oggetto di curiosità per molti intellettuali che, pur professandosi aperti a culture e tradizioni diverse, stentavano ad accettare, non tanto altrui inconcepibili superiorità, quanto almeno una tollerabile parità.

    La cosa più ardua, nell’incontro tra culture, non è tanto infatti contemplare un filone di pensiero diverso dal proprio, quanto avventurarsi in un diverso modo di pensare. Spesso infatti, come nel caso qui citato, certe ebraiche risposte non pertengono tanto all’anche troppo sbandierato umorismo ebraico, quanto alla intima, ebraica consapevolezza dei limiti che l’involucro di carne pone all’essere umano, perché è dall’interno di quei limiti, e proprio grazie ad essi, che l’umano pensiero può e deve spaziare.

    Non ha infatti senso che l’uomo si pensi capace di fare miracoli, quando per l’ebraismo il miracolo non è altro che un fenomeno naturale, ma raro, che si manifesta nel luogo e al momento opportuni. Come la miracolosa apertura del Mar Rosso, per fare un solo esempio, che millenni più tardi Napoleone avrebbe scoperto a proprie spese quanto dipendesse da un niente affatto miracoloso, perché naturalissimo, giro dei venti, che in quella zona determinavano i moti delle acque.

    Certo miracolosi dovettero sembrare ai più che attempati Abramo e Sara il concepimento, la gestazione e il parto che avrebbero dato vita a Isacco, perché nulla di simile si era mai visto prima. Oggi però dei bravi medici avrebbero individuate le cause e sa il cielo quanti miracolosi medicinali ne sarebbero derivati. Abramo e Sara, certo per l’epoca evidentemente miracolati, non si montarono però la testa. Forse già la tenevano al riparo di pesanti copricapi perché ad onta della loro indefessa fede in Dio e nei Suoi miracoli, non si peritarono di ridere di sé e dei propri anziani lombi (Genesi XVIII e XXI).

    Vuole un’antica leggenda che Sara continuò a ridere per giorni e giorni, durante il parto e dopo, allattando Isacco, il cui nome, non a caso, si può tradurre con: colui che riderà o farà ridere. E chissà che il tanto decantato umorismo ebraico non nasca proprio da qui: da queste capacità di ridere dei propri limiti, anche quando i limiti stessi vengono messi in gioco da evidenti miracoli.

    Miracoloso può sembrare comunque l’ebraico bisogno di ridere, soprattutto di sé, sempre e comunque: miracoloso come ogni autentica presa di coscienza. Anzi, la ridicolaggine del montarsi la testa è nell’ebraismo un imperativo tanto radicato da riflettersi persino sulla figura del Creatore.

    Spiega infatti un’antichissima leggenda che i tempi della Divinità sono regolati da mansioni che non lasciano sosta. Da mane a sera Dio deve sedere in giustizia sulle sorti del creato regolandone le necessità e anche troppo spesso rimediando alle malefatte delle creature. Tante e tali che alla sera, quando il mondo infine dorme, Dio è sfinito. Non per questo si concede riposo, anzi! Appena ha un po’ di tempo libero si mette a giocare a palla con il Leviatano, ridendo, facendo finte, saltando come un monello.

    Perché lo fa? Ma perché se se ne stesse sempre pomposamente seduto sul trono della sua magnifica onnipotenza, senza niente e nessuno con cui confrontarsi almeno giocando, finirebbe per montarsi la testa, per gonfiarsi a dismisura di superbia e di orgoglio. E se proprio lui che è per sua natura infinito, finisse per straripare oltre i limiti dell’infinito che lo rappresenta, dove finirebbe il tutto?

    Bah! Meglio riderci su.

    Roma, 7 luglio 2012 Giacoma Limentani

     

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    Una storia d’amore

    di Pupa Garribba - Giornata dell’Ebraismo 2012

    Quella che sto per raccontare è una storia d’amore nata quindici anni fa, nel marzo 1997, con un inizio piuttosto tortuoso e tormentato. A prima vista questa storia potrebbe sembrare fuori luogo dato che non rispetta il tema della Giornata dell’Ebraismo 2012, che è legato all’umorismo ebraico. Tuttavia, se qualcuno sarà disposto a continuare la lettura nonostante questa premessa, potrà constatare che la storia è in linea con lo spirito che anima questo piccolo libro. Prima di entrare nel vivo del racconto, penso sia utile ricordare che noi ebrei abbiamo avuto un rapporto contraddittorio rispetto alla memoria delle persecuzioni e dello sterminio del secolo scorso, per le ragioni più varie. Sintetizzando, a partire dal primo dopoguerra in certi ambienti - penso soprattutto all’antico Ghetto di Roma - la vita quotidiana e l’educazione dei più giovani si è basata e si basa tutt’ora su pane e Shoah,a causa di ferite così profonde che ancora oggi stentano a rimarginarsi. In altri ambienti, mi limito a citare l’atteggiamento più comune non solo in Italia ma anche in Israele fino agli anni ‘60, il trauma della Shoah diventò quasi subito un fatto molto privato e personale, per l’urgenza di riconquistare una vita normale e la volontà di allevare le nuove generazioni proiettandole verso le libertà civili e nazionali faticosamente acquisite. Così sono cresciuta io, senza ottenere risposte alle domande che ponevo mentre sfogliavo gli album con fotografie di parenti anziani, giovani zii e giovanissimi cugini che, mi si diceva, erano scomparsi; o senza poter gettare un’occhiata a certe riviste illustrate che vedevo girare in mano agli adulti, riviste che poi venivano immediatamente chiuse a chiave in un cassetto inaccessibile a noi ragazzini.

    Le storie dei tredici deportati di famiglia le ho ricostruite poco alla volta, seguendo indizi debolissimi; avevo capito presto che, per saperne di più, avrei dovuto interrogare la nonna materna Albina Artom Levi, la nostra amatissima Binina; ma non avevo cuore di fare domande ad una piccola donna sempre vestita di nero che, quando non si occupava generosamente di noi nipoti sopravvissuti, passava le giornate al buio, da sola nel suo salotto, in compagnia di figlia, genero, nipotini, sorelle, cognati, nipoti che non erano tornati. Solo in un secondo tempo sono arrivate le visite ai luoghi della memoria ebraica; prima alla Risiera di San Saba, poi a Mauthausen nel periodo in cui sembrava che la Germania facesse cadere in prescrizione i crimini nazisti, quindi con un certo tremore ad Auschwitz insieme un piccolo gruppo accompagnato dalla romana Settimia Spizzichino e dalla livornese Frida Misul, infine a quello che era rimasto del Campo di internamento di Ferramonti di Tarsia. Ma a Fossoli no, non ci pensavo proprio ad andare, non me la sentivo di visitare il luogo nel cuore dell’Italia cui erano state rinchiuse tre donne di famiglia, Faustina e Vittorina Artom e Vanda Maestro, catturate a seguito del tradimento di persone delle quali si erano fidate e poi finite nella camera a gas. Quando qualche volta, la mattina, aiutavo mia nonna a dare gli abituali cento colpi di spazzola ai suoi lunghi capelli bianchi, mi venivano in mente le sue sorelle maggiori Faustina e Vittorina di 73 e 75 anni, anche loro piccole, magre, riservate, con i capelli raccolti sulla nuca; no, Fossoli no, le volevo ricordare serene nella loro ombrosa casa di Genova Quinto, dove troneggiava all’ingresso una bambola ad altezza di bambino con la divisa di piccola italiana, che ho tanto desiderato senza mai ottenerla. No, Fossoli no, mi avrebbe riportato a Casale Monferrato nell’aprile del 1944 e alla visita alla polizia della Madre Superiora dell’Istituto Santa Caterina di Siena, dove le zie si erano rifugiate. Voleva sapere, la Madre Superiora, come comportarsi con due anziane ospiti ebree; i suoi problemi furono risolti mezz’ora dopo, all’arrivo di due poliziotti in Topolino blu venuti a prelevarle per l’ultimo viaggio.

    Fossoli, così ragionavo, non mi avrebbe aiutato a mettere più in luce l’immagine molto sfocata di una cugina di mio padre, della quale a casa si parlava pochissimo. Il suo nome era Vanda Maestro, e quandoincomimciai a fare delle ricerche ho saputo che era laureata in biologia ed era stata catturata a 24 anni, a Brusson in Valle d’Aosta, insieme agli amici Primo Levi e a Luciana Nissim. Di Vanda poi ho letto molto, e ho saputo molto grazie ad Annamaria Levi che mi regalò anche una sua foto, perché colpita dalla somiglianza tra noi due discendenti del ramo torinese dei Colombo. Con Primo Levi non si è mai parlato di Vanda, e tanto meno chiesto dettagli sulla decisione di formare un gruppo partigiano nelle montagne delle loro vacanze, anche per non riacutizzare il trauma della delazione di un infiltrato del quale i tre giovani idealisti si erano fidati. Poi a Fossoli ci sono arrivata, mio malgrado nel 1997, per la gentile ma ferma pressione di Stefano Vaccari allora sindaco di Nonantola, l’eroica cittadina dove furono messi in salvo un centinaio di ragazzi ebrei stranieri dopo l’8 settembre 1943. Fu lui, il giovane sindaco, al termine dell’incontro cittadino al quale ero stata invitata a spingermi a percorrere in compagnia di una sua funzionaria quei 25 chilometri che mi mancavano; finalmente mi avrebbero portato in un luogo che mi attirava dato che da anni ci giravo intorno con il pensiero, ma che nello stesso tempo mi respingeva. Non ho parole per descrivere quello che provai nel vedere il Campo di Fossoli allora invaso da una vegetazione spontanea che aveva sfondato i tetti, ricoperto le strade, reso pericolanti le poche baracche ancora rimaste in piedi, anche se già era stato predisposta la recinzione del perimetro in occasione della visita del Presidente Scalfaro. Ricordo lucidamente di essere quasi svenuta dall’emozione quando, raggiunta la Sala delle Colonne del bellissimo Museo del Deportato di Carpi, mi trovai di fronte ai tredicimila nomi delle persone passate in quei luoghi, che punteggiavano fittamente di nero le bianche pareti ed il soffitto. Non so come e perché, ma il mio sguardo scivolò subito in basso, a sinistra, rimanendo agganciato ai nomi di Vittorina e Faustina Artom. La mia storia d’amore nacque allora, fu allora che Fossoli rimase impigliato nel mio cuore, collegato per sempre a quei due nomi familiari.

    Rientrando a Roma, ricordo di aver parlato con angoscia dello stato di degrado del campo e di aver trovato la solidarietà fattiva di due amiche, Micaela Procaccia e Claudia Zaccai, che individuarono subito la strada per contattare il funzionario di Legambiente che in quegli anni era preposto ai campi di lavoro internazionali. Poche settimane dopo eravamo tutti e quattro a Fossoli, per mettere in piedi insieme alla Fondazione il primo dei tre campi di lavoro che si sono susseguiti nel tempo. In quell’ estate del 1997 ci ritornai, a Fossoli, dove parlai di leggi razziali e di Shoah in una zona del Campo che era già stata ripulita dai giovani volontari di mezza Europa. Anche loro, come era capitato a me, mi apparvero stregati da quel luogo da salvaguardare e dalla storia dei prigionieri inglesi, degli ebrei alla vigilia della deportazione, degli apolidi, dei mutilatini della Nomadelfia di Don Zeno, dei profughi dalmati e istriani che vi erano passati ad ondate successive dal 1942 al 1966. Inutile dire che mi sono sentita immediatamente coinvolta alla notizia dei danni al Campo provocati dal terremoto, ed ho chiesto a mio marito Nicola e a mio nipote Noam di rinunciare ai regali per il compleanno che abitualmente festeggiano insieme, in favore di una immediata raccolta-fondi da destinare alla ricostruzione. Alla festa nel nostro giardino, come il solito con tanta musica, hanno partecipato molti amici e tanti membri del Laboratorio di Musica Popolare del Circolo Gianni Bosio; alla fine della serata ho aperto con Noam la scatola delle offerte, e lui ha riso quando abbiamo constatato di aver raccolto una somma considerevole, a riprova dell’importanza della sua rinuncia per una buona causa. Poi ho riso io, quando mi ha detto però almeno tu il regalo me lo fai; e il regalo è arrivato, anche per celebrare la fiducia di Noam nella sua famiglia che sa essere solidale, e per sottolineare il primo passo verso la consegna della fiaccola della memoria ad un nipote di sei anni.

    Roma, 7 luglio 2012 Pupa Garribba