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  Intervista a Dario Venegoni
  Data: 10/03/2017

Il pomeriggio del primo giorno abbiamo incontrato, presso il comune di Bolzano, Dario Venegoni, presidente di ANED, figlio di Carlo Venegoni e Ada Buffulini.

Dario ci ha illustrato una presentazione, raccontandoci la storia dei suoi genitori, ex detenuti, conosciuti sul campo di Bolzano Gries.

Il campo era solo un campo di smistamento anche se ci sono stati un centinaio di morti all’interno del campo, circa 1 ogni 4 giorni. Come ogni campo aveva i blocchi dove stavano gli internati, le cucine, le mense, la sala per l’infermeria e il blocco delle celle ovvero la prigione del campo.

I genitori avevano due vite differenti prima di incontrarsi.

Carlo, il padre, veniva da una famiglia povera, dove si basava sul lavoro soprattutto dei figli. Difatti iniziò a lavorare come apprendista per poi diventare operaio metalmeccanico e arrivò ad essere riconosciuto come dirigente della occupazione delle fabbriche dopo aver assistito ad un comizio socialista.

Nel 1927 venne arrestato e portato a Torino. Il carcere trova tempo per studiare e legge libri di ingklese, francese, tedesco, economia e filosofia.

Nel 1940 Carlo viene deportato nel campo di concentramento fascista di Colfiorito a Perugia. Dopo poco gli viene diagnosticata la tubercolosi. Nel 1934 conosce la sua futura moglie, Ada.

La donna ha avuto una vita più acculturata, difatti è nata da una famiglia benestante che le ha dato l’opportunità di studiare: si è laureata al liceo classico e all’università è entrata alla facoltà di medicina a Milano(sorprendente perché è una donna!)

Amava molto la montagna e ha trascorso molte vacanze lì. Ada viene arrestata il 4 luglio 1944 mentre tiene una riunione e viene deportata insieme al futuro marito al lager di Bolzano.

I due iniziano a lavorare insieme per un comitato clandestino, lui rappresenta i comunisti e lei i socialisti).

C’è da evidenziare che i due futuri mariti nonostante fossero in un campo di transito hanno avuto la forza di combattere per la loro libertà.

Ada scrive molte lettere dove in ciò, si sentono sempre ottimismo e leggerezza.

Lei rimane nel campo fino alla liberazione e trascorre la prima notte del 30 Aprile preparando un volantino che elogia la liberazione che verrà diffuso il primo maggio.

Carlo partecipa a molti cortei della liberazione ma nel suo volto e in quelli degli altri deportati c’è la tristezza e il ricordo.

I due il 4 luglio 1946, 2 anni dopo l’arresto di Ada, decidono di sposarsi, alle 8:30 a Milano.

Ada decide di dedicare gli ultimi suoi 20 anni di vita agli ex deportati.

 

Si conclude così il racconto di Dario Venegoni e dopo gli applausi risponde alla domanda “come l’ha influenzata nella sua vita questa vicenda?” come segue:

“Eh ve lo immaginate da sole, sono ancora qua. Io vabbe quando mia mamma è morta, lei era una che aveva dedicato davvero tantissimo all’associazione e allora io ho deciso di fare un gesto molto formale e mi sono iscritto io al suo posto. Poi siccome io ero giornalista mi hanno fatto fare il giornale poi ho fatto il sito e sono ancora qua adesso sono passati 25 anni e sono ancora qua.

Io cerco di non mettermi in confronto con i miei genitori perché era un altro tempo, loro hanno vissuto quegli anni, hanno fatto quelle scelte, e sono molto orgoglioso e non so se avrei avuto io la forza di farlo però forse non è neanche giusto chiederselo, noi cerchiamo di fare il meglio nel tempo che viviamo. Io ho lavorato e ho dedicato del tempo libero a questa cosa anche con l’idea che insomma questo periodo in cui la politica non è più quella di una volta, non mi piace più come quella di una volta, stare dalla parte di quelli che sono stati a Matahusen e ad Auschwitz vuol dire stare dalla parte di quelli che hanno ragione e questo oggi è molto bello e insomma sapere che sei nel giusto fa felice.

Io lo faccio per questo, però insomma io vi ho raccontato tutta la storia perché penso che se tra noi c’è stanchezza, noia nei confronti dei racconti della resistenza tedesca, gente della mia generazione quella anche più vecchia della mia, ha la responsabilità  di non essere stato capace di trasmettere ai giovani di adesso, di domani  un’ idea della della resistenza vera, fatta di uomini e donne normali che un giorno di fronte a certe cose fanno delle scelte rispetto alle proprie necessità, è straordinario, però è la vita che ti porta lì.

Però se non racconti come erano fatti davvero, che erano diversi, non erano tutti uguali, tutti maschi con le armi, ma erano maschi e donne con stili di vita, condizioni economiche e culturali diverse, e che ognuno faceva il suo pezzettino per quel che sapeva fare.

Insomma dalle sole armi non nasce niente, io non sono un pacifista, ci voleva le armi, chi le ha prese ne aveva le conoscenze, però si, con le armi non si risolve nulla.”

10/03/2017

Alessia, Ilaria, Erika.